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Lezioni d'Impresa 3 - Quando è moda è moda: variazioni antropologiche sulla crisi

“Mi ricordo la mia meraviglia e forse l'allegria
di guardare a quei pochi che rinunciavano a tutto;
mi ricordo certi atteggiamenti e certe facce giuste
che si univano in un'ondata che rifiuta e che resiste.

Ora il mondo è pieno di queste facce
è veramente troppo pieno
e questo scambio di emozioni, di barbe, di baffi e di chimoni
non fa più male a nessuno.

 

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Quando è moda è moda, quando è moda è moda”. (Giorgio Gaber, Quando è moda è moda)

Sono iscritto da qualche anno ad una newsletter di professionisti americani del recruiting, che ha come motto: “Every job is temporary”. Ogni lavoro è temporaneo.

Ogni volta che apro la newsletter, la quale mi arriva regolarmente in mail, mi vien fatto di pensare: esattamente come la nostra vita. Anche la nostra vita terrena è a scadenza, a tempo, appunto: temporanea. E allora perché il lavoro non dovrebbe esserlo? Il lavoro non coincide con la vita ma, da adulti, occupa certamente un ampio spazio dell’esistenza, di conseguenza non ha caratteristiche proprie che lo differenzino da ogni altro aspetto della vita: è temporaneo. Il che non equivale a dire: “precario”, nel senso astratto e sociologico del termine. Perché, andando a fondo anche di questa dimensione, scopriremmo, ad esempio, che di flessibilità si può vivere come morire. Precario è il giorno del nostro lutto, come, parimenti, la movida per la nostra vittoria. Dipende.

Appunto: dipende. Da cosa?

Innanzitutto da come guardiamo il mondo, ossia la realtà che ci attraversa e passa accanto, che abbiamo di fronte di istante in istante. Un fisico americano, Joseph Henry, ha osservato: “ I semi della grande scoperta ci fluttuano costantemente intorno, ma attecchiscono solo nelle menti ben preparate a riceverli”.

Ho trovato questa citazione così carica di promettenti suggestioni in un suggestivo libro dello psicologo inglese Richard Wiseman, che molti imprenditori dovrebbero leggere e tenere sul comodino, compulsandolo come un vademecum della mens generativa: Dov’è il gorilla? (trad. it. Sonzogno, Milano, 2005). Il titolo originale, in inglese, suona ancora più eccitante: How to Recognise Hidden Opportunities – Did you spot the Gorilla? – tradotto: “Come riconoscere le opportunità nascoste (o, ancora più magicamente: opportunità che ci sono, in realtà, ma che ti appaiono nascoste) – hai individuato il gorilla?”.

Ora, prima di parlare del gorilla, e dell’importanza di individuarlo nei momenti giusti e nei luoghi – leggi: mercati – giusti, vorrei divagare un istante facendo un po’ di storytelling ad hoc. Raccontare storie è come dire sì alla realtà, accettare, quindi, che essa sia piena di fatti e avvenimenti significativi da trasmettere e comunicare agli altri.

La storia che vorrei raccontare è legata alla crisi.

La “crisi” è una bufala. Davvero: una grande bufala.

Perché? Semplice (anche se non facile da capire e digerire): perché ogni crisi è sempre annunciata. Noi lo SAPEVAMO che sarebbe arrivato il conto da pagare. Lo sapevamo bene. Solo che, da uomini statisticamente normodotati, facevamo un’operazione di assoluto candore e non disprezzabile, anzi utile in molti momenti della vita: pensavamo che sarebbe toccato a tutti, di pagare quel conto, ma non a noi. Si chiama strategia della rassicurazione e serve a sfangarla nei casi di emergenza, quando deviessere convinto di farcela, perché ce la devi proprio fare: che so, un esame difficile, col professore castigamatti che massacra senza pensarci due volte; il colloquio di lavoro; l’inserimento in un ambiente di lavoro competitivo, e altre situazioni di questo genere. Funziona, di solito. Ma non funziona quando le variabili in gioco sono troppo numerose ed esorbitanti rispetto alla nostra sfera individuale, per quanto ampia possa essere l’ambito delle nostre relazioni umane, sociali e professionali. Nessuno, in sostanza, può sapere quando e quanto durerà la crisi, per non dire come essa attecchirà nei cuori e nelle teste degli uomini. Cionondimeno sapevamo che sarebbe arrivata. Nonostante ciò, ci siamo raccontati la storia del “a tutti gli altri, ma non a me”. Quel “me” può anche essere un intero Paese o un’intera comunità di lavoro (perché l’azienda è questo, prima di tutto: una comunità), questo aspetto non sposta niente; fatto sta che lo sapevamo. Da tempo.

Sapevamo che l’Italia con la tassazione da Stato comunista che si ritrova da decenni e con trend crescenti alimentati da imposte e addizionali regionali di ogni tipo (la mia commercialista ha stimato un buon 70% del nostro reddito complessivo, altro che 48%); che le aziende così tartassate non possono sopravvivere, quando le condizioni di mercato si spostano di molti decimali; che l’Europa così com’è favorisce il rallentamento dell’economia (l’euro infatti è la calamita della speculazione nel Forex, come sa bene chi fa regolarmente trading); sapevamo questo e tante altre cose, eppure…

Ecco, cosa è successo, dunque? Semplice (anche in questo caso: non facile da accettare e digerire): abbiamo costruito ideologie sulla realtà, senza fare l’unica azione umile, ragionevole e umana che potessimo compiere: osservare.

E’ la via maestra di ogni errore: la realtà deve confermare il mio punto di vista, altrimenti peggio per la realtà. Il comunismo è nato su queste basi e ha costruito un inferno; il capitalismo tecnocratico, ovvero il mercatismo ideologico ha fatto altrettanto: ora paghiamo il conto. Tutti.

Quando il cosiddetto “welfare state”, di fatto apparato assistenzialistico, dava soldi a pioggia a tutti e teneva in piedi un baraccone parassitario, questo faceva comodo a tutti e dunque – altro meccanismo di psicologia sociale – tutti volevano l’approvazione sociale, che significava dire sì a tutto questo e continuare a cantare nel coro, incluse molte imprese. Gli schemi comportamentali umani sono copioni che si ripetono, non c’è nessuna originalità, solo lo sbadiglio di fronte al già-fatto, al film già visto (eppure, altro meccanismo di autoinganno, non impariamo mai abbastanza, ossia quanto dovremmo).

Ecco, ora paghiamo il conto. Perché il circuito capitale sociale-consumo si è brutalmente spaccato, dunque le banche hanno fame di liquidità e la chiedono a chi non ce l’ha più e le imprese boccheggiano. Tra parentesi: non bastano neanche gli stipendi e i redditi “fissi” dei lavoratori dipendenti, perché la dinamica delle aspettative decrescenti frena anche la domanda interna possibile.

Tutto questo, perché? Sembra che sia una questione politica e il mio articolo può apparire di pura politica e, invece, pensando fuori dagli schemi, out of the box, come dicono gli analisti e gli psicologi del comportamento americani, fuori dalla scatola, dallo schema che ci fa più comodo, ci rendiamo conto che si tratta di una questione antropologica, ovvero riguarda l’uomo, la persona, l’io, che si mette in gioco ogni giorno di fronte alla realtà. L’opera che un uomo crea, la sua impresa in ogni senso, economica, famigliare e personale, è sempre la manifestazione di quel che lui è, l’espressione della sua identità. Ecco perché separare l’economia dal pensiero e dai gesti personali è un’astrazione ideologica che conduce in un vicolo cieco. Conduce, infine, a perdere ricchezza, soldi, investimenti. A diventare povero, prima dentro, poi fuori.

Le strade nella vita e nel fare impresa sono sempre essenzialmente due, felicemente esemplificate da un altro scienziato, stavolta un matematico, Alexis Carrel: “Poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore. Molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità”.

E’ una citazione presa spesso come l’ennesimo schemino ideologico, farfugliata e meccanicamente rilanciata di volta in volta, come il passepartout pronto all’uso che più interessa, ma, a leggerla e capirla bene, c’è da rovesciare un intero mondo di pensiero e di impresa economica.

Se, infatti, osservassimo costantemente e pazientemente la realtà, ci accorgeremmo che essa ha natura di frattale, ossia si ripete sempre e rimodella i suoi dinamismi secondo coordinate regolari e stabili. Paradossale, ma vero: c’è una continua discontinuità. Ecco cos’è la realtà ed ecco perché, pur essendo di fronte a noi, somiglia più a un mistero che a un algoritmo. La realtà esiste perché noi si possa diventare, nel tempo, resistenti alla casualità e osservatori della causalità.

La moda, il movimento, il trend, la tendenza è stracciarsi le vesti sulla “crisi” che c’è, ci sarà e crescerà; è indicare la politica come la causa di tutti i mali; oppure è immaginarla come il volano addirittura del mercato, cioè di una realtà mobile che di per sé rifiuta le regole imposte dall’alto, e si impone come insieme di “conversazioni” e transazioni, non come meccanismo astratto e impersonale, come molti raccontano, non sapendo di cosa stiano parlando (a tal proposito, è sempre utile la lettura del Manifesto di The Cluetrain Manifesto – del 1999-2001, ma assai più avanzato delle ultime chiacchiere ideologiche sulla natura dei mercati: “I mercati non sono nient’altro che conversazioni”), ma – alla prova dei fatti: osservare! – la crisi è il dinamismo strutturale della realtà frattale dei mercati e delle comunità umane, il quale richiede di non pensare come tutti gli altri, di sfuggire dal così fan tutti, perché così pensano tutti.raff

Il “così pensan tutti” è il pensiero del “mondo”, che si costruisce le matrioska per rassicurarsi e produrre tre situazioni, sempre le stesse: 1) il vittimismo; 2) il cinismo (non solo dei potenti, anche di chi potere crede di non avere e allora mastica amaro, intossicando tutto e tutti); 3) la sub-cultura del piagnisteo.

In questo stagno crescono soltanto i peggiori ed emergono gli “animal spirits” di chi spirito non ha: la moneta cattiva fa strame di quella buona.

Di chi è la responsabilità? Si badi: non la colpa (esistono cause, non colpe), ma la responsabilità, dunque anche – nello stesso problema – la risposta, perché questo vuol dire responsabilità, capacità di fornire una risposta consapevole.

Dei senza-potere non-osservanti e ideologici. Cioè di coloro che amano acciuffare la vita dalla parte del “potere dei più buoni” (sempre Gaber).

E così il treno dei frattali regolari nella discontinuità continua a mietere vittime, negando la verità delle cose ai più.

Quando gli imprenditori pensano – ideologicamente – di riprendere fiato e corsa sui mercati affidandosi ai “tecnici” e agli “esperti” dei settori trascurano tutti i passaggi sopra delineati e, alla fine, perdono soldi e speranza. Fare le solite cose allo stesso modo, sostenuto dai soliti noti produce le solite conseguenze: non ne avete ancora abbastanza?

Alla fine, “il mondo finisce in un piagnisteo”, con sbadiglio finale (T.S. Eliot).

 

Raffaele Iannuzzi

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